domenica, 22 febbraio 2009
"Ma chi, Cannavò??....Noo, figurati se il direttore della Gazzetta dello Sport parla con noi!"
La domanda, tra il serio e il faceto, la buttò lì Mario Oddo, in una stanzetta di quella che un tempo era la mitica Radio Studio 104.
Io e Toti Piraino ci guardammo un pò straniti e poi rispondemmo quasi in coro in quel modo, con l'aria di quelli a cui stavano proponendo un viaggetto sullo Shuttle.
A quel tempo io non ero ancora un giornalista, e mi divertivo a frequentare la radio per gioco, un pò occupandomi di musica e un pò giocando a fare il cronista sportivo, mai pensando che un giorno quello che io ritenevo fosse solo un hobby divertente potesse trasformarsi in un lavoro.
Mario Oddo conduceva ogni sabato pomeriggio una trasmissione che si chiamava "Il Pallino del Pallone", e io collaboravo con lui in modo allegro e felice, senza compenso e solo per il gusto di fare qualcosa che mi piaceva da morire.
Allora, più di dieci anni fa, non esisteva internet, nè i telefonini. Non c'erano siti web e il Palermo non sfidava le grandi del calcio italiano. Chi come me si avvicinava a questo mestiere lo faceva collaborando gratuitamente con qualche radio, solo per il gusto di vivere il calcio in modo diverso e parlare del Palermo, a cui solo i veri tifosi pensavano.
Era l'anno del centenario della "rosea", e a Mario Oddo venne in testa l'idea meravigliosa: invitare in tramissione in diretta telefonica Candido Cannavò. Lui era convinto: "Vedrete che accetterà. E' un grande uomo prima ancora che un grande giornalista".
A me personalmente l'idea di contattare il direttore del più importante quotidiano italiano mi sembrava come scalare a mani nude l'ultima parete dell'Everest, ma in fondo che ci perdevo?
Come si dice in questi casi, il no era sicuro il sì probabile.
Acchiappai il telefono, cercai sulla Gazzetta il numero del centralino e mi feci passare la segreteria di direzione.
Spiegai il mio problema alla mia interlocutrice la quale, in modo impersonale e "istituzionale", mi disse "Perfetto, mi appunto la sua richiesta, ma si renderà conto che il Direttore è molto impegnato sabato pomeriggio. In ogni caso richiami sabato mattina per conferma".
Garantii che avremmo rispettato gli orari in modo ferreo, e che l'impegno del direttore sarebbe durato solo cinque minuti, ma l'atteggiamento della segretaria era del tipo "levateci mano, non c'è speranza".
Quel sabato mattina, arrivando in radio, ebbi la prima sorpresa: "Giusè, hanno chiamato poco fa da Milano, era la Gazzetta. Chiedevano di te, gli ho detto che avresti richiamato".
Ovviamente prima che potessero finire la frase, io mi ero precipitato al telefono con la stessa velocità di Bip Bip.
"Dottor D'Agostino, è la segreteria del Direttore Cannavò, volevamo avvertirla che il Direttore ha il piacere di intervenire in diretta alla vostra trasmissione. La prega solo di chiamarlo rigorosamente alle 15, e garantisce solo un saluto veloce. A lei sta bene?"
Io avevo la salivazione fantozzianamente azzerata, ma riuscii ad abbozzare un "ehm, ma certo! Grazie mille!"
E fu così che il direttore del più importante quotidiano italiano, cercato da una radietta privata di Palermo, da persone che nemmeno giornalisti erano, partecipò alla nostra trasmissione. Il suo intervento fu cordiale, gentile, ricco di spunti e di ringraziamenti, come quello di un vecchio amico. O di un caro collega".
E durò più di mezz'ora.
Addio Direttore. Con lei se ne va un pezzo di sport, un pezzo di cultura italiana. Un pezzo inportante di quel giornalismo signorile ed educato di cui oggi sentiamo sempre più la mancanza.
Sono cresciuto leggendo i suoi editoriali, mi permetta, da quaggù, di salutarla come un maestro. Se nell'aldilà esiste un quotidiano sportivo, ora sanno a chi affidarlo.
venerdì, 05 settembre 2008
La vicenda Alitalia calamita ormai da mesi l'attenzione di tutti: governo, sindacati, mass media ed economisti. Autentiche legioni di finanzieri si sono avvicendate al capezzale della nostra Compagnia di Bandiera per riuscire a salvarla ed evitare un tracollo e una figuraccia di dimensioni planetarie. Alla fine, come era prevedibile, sono arrivate le truppe cammellate del Generale Silvio e hanno risolto il tutto, permettendo ad un manipolo di "coraggiosi" (si fa per dire) imprenditori di rilevare la Compagnia creandone una nuova (...e quindi dividendosi in prospettiva i futuri utili...) e lasciare ai contribuenti italiani l'incombenza di pagare i passivi. I ben informati dicono circa 1 miliardino di euro. Così, tanto per gradire. In mezzo a tutta questa vicenda, il destino di 3250 lavoratori (i cosiddetti "esuberi") che dovrebbero essere le vittime predestinate della riprogrammazione aziendale. "Guai a voi" hanno tuonato i sindacati, e prontamente si è inserita nel progetto la possibilità di reimpiegare i lavoratori Alitalia in altre aziende parastatali, salvando così capra e cavoli. Un nobile pensiero, perchè tutela giustamente gli stipendi di tanti padri e madri di famiglia, che non possono e non devono pagare gli errori altrui. Bene, a che mi serviva tutto questo preambolo, direte voi? Serviva perchè mentre tutti gli ingegni e le energie del Governo erano proiettate a risolvere il problema di 3250 lavoratori, un'altra parte dello stesso Governo, più precisamente il "cosiddetto" Ministro dell'Istruzione Gelmini, annunciava per la scuola italiana un taglio di 87.000 posti di lavoro in tre anni. Questo perchè, a suo dire, la scuola italiana è al collasso, e lo Stato non può continuare a perdere soldi per pagare i professori.
87.000 contro 3.250. Ripeto: OTTANTASETTEMILA CONTRO TREMILADUECENTOCINQUANTA.
Notevole la differenza no? Ma curiosamente, dopo questo annuncio, non c'è stato nessun imprenditore, nessun ministro, nessun banchiere, nessun industriale, nessun politico che si è alzato a dire "Salviamoli!". No, nessuno. Il silenzio più totale. Perchè in questa Repubblica dello stato di Bananas si può ammettere che i cittadini possano accollarsi i debiti di un'azienda in fallimento, ma non che si stia svendendo e regalando l'Istituzione che è alla base della formazione dei cittadini. E con essa tutti quelli che ci lavorano con passione, dedizione e sacrificio. Si può ammettere di togliere lavoro e speranza a migliaia di persone che hanno dedicato la loro vita allo studio. Si può ammettere di distruggere presente, passato e futuro a chi desidera solo mettere la parola fine ad un'esistenza grama e piena di dubbi, incertezze e frustrazioni. Si può ammettere di trattare come sterco 87.000 persone. Tanto chissenefrega. Sono solo insegnanti. Sono solo perdenti. Da sempre.
Figli e figliastri. Come sempre in quest'Italia di merda. E io, da sempre sono dalla parte dei figliastri. Bello chiamarsi Berlusconi eh?
martedì, 26 agosto 2008
“Ora il mondo sa qualcosa di più sulla Cina, e la Cina sa qualcosa di più sul mondo”. Parola di Jacques Rogge, presidente del Comitato Olimpico Internazionale, che ha vinto forse la sua scommessa più grande: aprire anche all'Impero cinese le porte dello sport come si intende in Occidente. Con grande giubilo di aziende e sponsor, pronte ad invadere in massa un mercato ancora semi-vergine. Dovevano essere Olimpiadi uniche, maestose, quasi celebrative della grandezza cinese, e lo sono state. La macchina organizzativa, a detta di tutti i protagonisti, è stata perfetta, quasi militare. L'impegno e la dedizione maniacale dei cinesi, dal presidente all'ultimo dei volontari, sono stati totali, e il successo della manifestazione ha fatto da degna cornice a quello che tutti i cinesi speravano: il successo sportivo sul campo.
La Cina doveva stravincere e così è stato. Voleva staccare e umiliare gli odiati nemici americani, e così ha fatto. Voleva dominare il mondo negli sport che i cinesi considerano “nazionali” come tuffi e ginnastica, e così è accaduto. Tutto secondo copione. Tutto perfetto, forse troppo. Cento medaglie volevano vincere, e cento medaglie hanno vinto. Se non fosse assurdo si potrebbe pensare che avevano organizzato anche questo. E di queste cento, 51 sono d'oro, ovvero più della metà. Gli americani di medaglie ne hanno vinte di più, 110, ma ai padroni di casa non interessava più di tanto. Gli ori degli statunitensi sono stati solo 36: questo importava. Bisognava primeggiare, vincere. Il fallimento non era contemplato, e il secondo posto era un fallimento.
Rogge ha detto che il mondo ora sa qualcosa di più sulla Cina. Può darsi che sia vero. Peccato che la cosa più importante sportivamente parlando, ovvero che ci sarebbero stati gravi furti da parte delle giurie, la sapevamo già. E ce l'aspettavamo tutti. E anche qui non ci sono state sorprese. Abbiamo infatti assistito alla più grande truffa organizzata della storia delle Olimpiadi, con giurie pilotate che hanno sfruttato il loro potere per spingere spesso immeritatamente sul podio gli atleti padroni di casa e quelli dei paesi amici del blocco ex sovietico. Un vergognoso furto legalizzato e organizzato nei minimi dettagli. Una rapina. Ginnastica, scherma, marcia, pugilato, arti marziali, hanno visto atleti cinesi e loro degni compari avere valutazioni sopra i meriti o addirittura arbitraggi schifosamente compiacenti. Gridano vendetta, e parliamo solo per l'Italia, le medaglie negate agli anelli e alla squadra di ginnastica ritmica, nonché quella della scherma femminile con quell'ultima stoccata regalata scandalosamente alle russe nonostante il replay dimostrasse il contrario. L'unico sport dove non c'era bisogno di barare erano i tuffi: lì i nipotini di Mao erano talmente sicuri di essere superiori che hanno messo giurie neutrali. E così un giovanotto australiano li ha fregati all'ultimo tuffo della piattaforma 10 metri. Rovinandogli il Grande Slam. Lo confesso, ho esultato come se avesse vinto un italiano, così come ho esultato quando ho visto il nostro Roberto Cammarelle gonfiare di botte l'avversario cinese che aveva “guadagnato” la finale per l'oro grazie ad un misterioso “ritiro” dell'avversario ucraino. Poi un'altra cosa che sapevamo della Cina è che tortura e martirizza da secoli il popolo del Tibet. E anche quello è stato confermato, annullando in modo proditorio tutte le manifestazioni pro-Tibet pacifiche che erano state organizzate. Chissà se l'ineffabile burocrate Rogge questo lo sapeva già?
E' stata, e verrà ricordata per sempre, come l'Olimpiade di due magnifici atleti: Usain Bolt e Michael Phelps. Due marziani. Due umanoidi scesi sulla Terra per dividersi equamente il palcoscenico dei Giochi e marchiarlo per sempre con le loro imprese sovrannaturali. Otto ori e sette record del mondo per il nuotatore statunitense. Tre ori e tre stratosferici record del mondo per il giovane sprinter giamaicano, che ha per sempre messo fine alla generazione degli scattisti “omino Michelin” imbottiti di steroidi. Lui che è alto e allampanato come Pippo ma che quando scatena le sue leve sembra sollevarsi dal terreno come trasportato da un misterioso motore turbo.
Verrà ricordata come l'Olimpiade in cui un'atleta russa e una georgiana si sono abbracciate sul podio all'indomani dello scoppio della guerra tra i due paesi.
Verrà ricordata come l'Olimpiade di Irina Isinbayeva, oro e record del mondo nel salto con l'asta e una cascata di lacrime sul podio. Lacrime sincere di una donna di una bellezza e di una bravura quasi eterea.
Verrà ricordata come l'Olimpiade di Valentina Vezzali e Iosefa Idem, una capace di vincere nel fioretto il terzo oro individuale consecutivo, l'altra capace a 44 anni di vincere la settima medaglia della carriera nella canoa.
Verrà ricordata come l'Olimpiade di Rafa Nadal, venuto per coronare una stagione unica e premiato come numero uno del tennis.
Verrà ricordata come l'Olimpiade del nuovo Dream Team del basket Usa, arrivato a Pechino per riconquistare il trono della pallacanestro mondiale, e ribattezzato per questo “Redemption Team”, la squadra della redenzione.
Ma verrà anche ricordata purtroppo come l'Olimpiade in cui un atleta cubano del taekwondo ha (giustamente) picchiato un arbitro. L'Olimpiade in cui un equipaggio velistico danese ha vinto l'oro a bordo di una barca croata. Come se Felipe Massa prendesse in prestito la macchina di Hamilton e vincesse e i punti andassero lo stesso alla Ferrari. Alla faccia dello spirito olimpico. Immagini ed episodi che, ne sono certo, nella cornice sportivamente molto più evoluta di Londra 2012 non si ripeteranno.
L'Italia ha chiuso con 28 medaglie: 8 d'oro, 10 d'argento e 10 di bronzo, e un nono posto nel medagliere che, viste le premesse della vigilia, può essere considerato un bilancio lusinghiero. Il presidente del Coni Petrucci ha detto che essere noni al mondo nello sport quando si è 46esimi nell'economia può essere considerato un grande successo. Io mi permetto di non essere affatto d'accordo. Il nostro Paese, complici anche gli arbitraggi scandalosi di cui abbiamo parlato, ha fatto un passo indietro deciso rispetto ad Atene e a Sydney, e anche se ha confermato il pronostico di Sports Illustrated (che ci accreditava di 27 titoli) ha mostrato peggioramenti sconcertanti in più di una disciplina.
L'esempio più lampante è venuto dagli sport di squadra. Il risultato migliore (si fa per dire) è stato il quarto posto dei ragazzi del volley, mentre le altre nazionali di pallavolo, pallanuoto e calcio sono state ignominiosamente massacrate da avversari sulla carta molto inferiori. Il punto più infimo l'ha toccato, ovviamente, la nazionale di calcio, venuta a Pechino per contendere l'oro all'Argentina di Messi e al Brasile di Ronaldinho, ed invece eliminata ai quarti dalle riserve delle squadre di serie A del Belgio. Una figuraccia storica e una macchia indelebile che i giocatori azzurri si porteranno appresso per tutta la carriera.
Poi il disastro dell'atletica, capace di portarci in alto solo grazie agli splendidi marciatori, apostoli faticatori di una disciplina che richiede dedizione e sacrificio. Sportivi veri, con la “s” maiuscola. Altro che calciatori. Poi il deserto, con lo sponsorizzatissimo Andrew Howe che non ha centrato nemmeno la finale, salvo poi lanciare criptiche accuse alla Federazione. Stesso atteggiamento infantile tenuto dagli staffettisti della 4x100.
E come al solito l'italico vessillo è salito in alto grazie agli sport di cui ci ricordiamo soltanto ogni quattro anni: la scherma, il tiro, la lotta, il pugilato, il canottaggio. Sport “poveri” che mietono successi in campionati europei e mondiali e che il “Dio Pallone” relega ingiustamente (e vergognosamente) nelle brevi di pagina 35 di un qualunque quotidiano sportivo. Sport che non hanno sponsor miliardari e nei quali per emergere occorre sacrificare una parte della propria vita (e spesso della propria attività lavorativa) per duri ed estenuanti allenamenti. L'unica per cui mi sento di spezzare una lancia a favore è la piccola Vanessa Ferrari, talento cristallino della nostra ginnastica che non è riuscita a vincere nulla ma che ha gareggiato con cuore e dignità nonostante un tendine distrutto e l'impossibilità di avere una palestra decente in cui allenarsi. E' lei uno dei simboli positivi del nostro sport. Uno sport sempre più al femminile ma che ha bisogno di un movimento vero alle spalle, capace di reclutare giovani nelle scuole, e di convincerli che non esiste solo il calcio nella vita. Che non si deve diventare per forza calciatori per raggiungere onori e glorie.
Perchè le Olimpiadi sono uniche. Sono il massimo. Da guardare. Figuriamoci da vivere come atleta.
Alla faccia dei “nemici della contentezza” che non mancano mai. Come Beppe Grillo che ha detto che le Olimpiadi sono il festival dell'ipocrisia e che le lacrime e gli inni nazionali lasciano il tempo che trovano. Mi spiace che la pensi così. Io non sono ipocrita, e non mi vergogno a dire che lo sport e il tricolore mi smuovono qualcosa dentro, e che se cercassimo di più i valori olimpici nella vita vera, forse vivremmo meglio.
Arrivederci dunque. Nel 2012. Londra aspetta per accogliere di nuovo il mondo e il fuoco di Olimpia. E per regalarci le emozioni di sempre. Emozioni olimpiche.